Dichiarazione di voto
Data: 
Mercoledì, 29 Aprile, 2026
Nome: 
Valentina Ghio

A.C. 2855

 

Grazie, Presidente. È stato detto in più interventi: parlare di mare significa parlare di una delle dimensioni più strategiche e significative del nostro Paese. Non parliamo solo di una risorsa economica, ma di ambiente, di sicurezza, di ricerca, di turismo e di geopolitica. È una parte identitaria del nostro Paese, è vero.

Ma è proprio per questo che il provvedimento di cui discutiamo avrebbe meritato ben altro impianto: un impianto più sistemico, più coerente e più strutturato. Perché il punto non è solo mettere insieme una sequenza di norme sul mare, il punto è costruire una vera politica del mare.

E invece, leggendo questo testo si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un insieme molto ampio di interventi, eterogeneo ma certamente poco organico. Abbiamo una serie di disposizioni che danno una doverosa attuazione ad obblighi internazionali, che la attendevano da tempo. Abbiamo disposizioni utili che abbiamo sostenuto, ma anche molte altre meno convincenti. E, soprattutto, è evidente che manchi un filo conduttore forte, una visione che tenga insieme tutto e che dia risposta anche a questioni che la attendono da tempo.

Noi non partiamo da una posizione pregiudiziale su questo provvedimento, anzi sottolineiamo che il lavoro parlamentare ha prodotto anche alcuni miglioramenti. Perché in questo caso - a differenza di altri, come quello del provvedimento che abbiamo discusso, ad esempio, la settimana scorsa in quest'Aula - si è visto un po' di confronto di merito, ma resta una distanza evidente, abissale direi, tra l'ambizione del titolo (valorizzazione della risorsa mare) e la qualità complessiva degli strumenti che vengono messi in campo.

C'è un primo punto che vorrei richiamare, quello ambientale. Nel testo si trovano, accanto ad alcuni passi giusti, un approccio complessivo troppo timido e parziale sul tema della tutela. In alcuni passaggi, come quelli relativi alle lavorazioni portuali, si intravede persino il rischio di indebolire tutele importanti. Oggi, però, sul tema della tutela dell'ecosistema marino non sono permesse ambiguità. Senza una tutela forte e chiara delle norme sugli ecosistemi marini, parlare di valorizzazione è fuori luogo.

Il Mediterraneo oggi è sotto molteplici pressioni: cambiamenti climatici, perdita della biodiversità e impatti di varie attività. Servirebbe invece uno scatto di tutela, non un equilibrio al ribasso. Ad esempio, un passo avanti su ancoraggi sostenibili, su una reale blindatura, anzi su un ampliamento delle aree marine protette e su una rigenerazione degli habitat. Dobbiamo dimostrare che resistiamo al consumo del mare come se fosse un patrimonio che si autogenera, perché non è così.

Il secondo punto riguarda il lavoro, che troppo spesso resta sullo sfondo. Perché parlare di economia del mare significa parlare soprattutto di persone, di lavoratori e lavoratrici della pesca, della logistica, della cantieristica, del turismo e dei porti. Eppure, in questo provvedimento non emerge una strategia, un percorso sulla qualità del lavoro, sulla sicurezza e sulla formazione. E la scarsa attenzione al tema del lavoro è un tema ricorrente - ne ho già parlato ieri e poi faccio un breve cenno, come esempio, al tema della portualità.

È vero, ci sono alcune misure di attenzione nel campo della pesca che riteniamo utili e che abbiamo condiviso, come gli sgravi contributivi e il completamento degli strumenti di integrazione salariale, ma sono interventi limitati, anche dal punto di vista delle risorse, con evidenza. Non si vede un disegno complessivo di promozione della qualità del lavoro, non c'è. E soprattutto non si affrontano i nodi che da anni attendono una risposta.

Come dicevo prima, penso al lavoro portuale. Tutti, anche voi, anche la maggioranza riconosce, nei convegni e nei momenti in cui se ne parla, che sia un lavoro particolarmente gravoso, esposto a rischi, esposto a condizioni meteomarine complesse, a turni, a lavoro in notturna. Eppure, continuate a non riconoscere il carattere usurante di questo tipo di lavorazioni. Anche ieri avete bocciato un ordine del giorno della collega Bakkali, che diceva esattamente questa cosa. Sono molti i tentativi che facciamo di incidere sul riconoscimento del lavoro portuale come lavoro usurante, ma in ogni occasione non arriva alcuna risposta, come se questo Governo non ritenesse usurante un lavoro esposto, appunto, a tutti gli agenti atmosferici, con carichi e con vicinanza a svariati mezzi di movimento. È un tema concreto, che riguarda la vita direttamente di migliaia e migliaia di lavoratrici e lavoratori.

Per non parlare della mancanza totale di cenno allo sblocco di quello che ormai è diventata una barzelletta, lo sblocco del Fondo per l'incentivo all'esodo.

Lavoratori over 60 in condizioni difficili, che attendono di andare in pensione proprio perché fanno un lavoro pesante, e che potrebbero farlo perché il Governo precedente aveva approvato una norma apposita, ma che non lo possono fare, perché in oltre tre anni e mezzo, nonostante su questo tema ci sia la sostanziale unanimità da associazioni datoriali e associazioni di lavoratori (praticamente un coro unanime), non state approvando gli strumenti attuativi per lo sblocco e la messa in opera di una norma già pronta.

E poi, appunto, è difficile parlare di valorizzazione della risorsa mare, quando il Governo approva in Consiglio dei ministri una riforma del sistema portuale che prevede di tagliare del 40 per cento le risorse alle autorità di sistema portuale dei territori (svariati milioni) e di tagliare competenze, come quelle sulla pianificazione e addirittura sulla manutenzione straordinaria. In questo modo, si andrebbero a creare danni reali proprio alla buona gestione di quell'economia del mare di cui dice di volersi occupare il provvedimento. E quindi anche questo è il punto che dobbiamo considerare. La credibilità delle politiche del mare non si misura soltanto nei titoli roboanti (valorizzazione della risorsa mare), ma anche nella capacità di dare concretezza e metodo alle scelte, di inserirle in un sistema complesso di scelte che vanno nella stessa direzione; ma non è così.

Terzo punto, le risorse. Qui il limite è evidente: gran parte del provvedimento si regge sull'invarianza finanziaria. Ma è difficile, anche qui, immaginare di affrontare sfide complesse - dalla sostenibilità alla ricerca, all'innovazione e alla transizione ecologica - senza mettere risorse adeguate; e quelle che vi sono state destinate non sono nemmeno lontanamente vicine alle necessità. E quindi, senza investimenti il rischio concreto è che anche i passi buoni contenuti nel provvedimento restino dichiarazioni di principio.

Quarto punto, il territorio. I territori sono davvero poco coinvolti in questo provvedimento. Il mare si governa anche con un coinvolgimento fattivo, reale dei territori. Regioni, città portuali e isole minori devono essere coinvolti nelle decisioni. Un caso emblematico è quello delle isole minori - è stato detto da altri colleghi -, dove c'è un evidente contrasto (anche qui) fra i grandi annunci e i contenuti effettivi del provvedimento.

L'articolo 25 introduce anche alcune misure sulla carta condivisibili. Ancora una volta, però, sono misure parziali e a costo quasi zero per lo Stato, non risolutive dei problemi e con una distanza enorme da quanto anticipato dal Ministro Musumeci sulla riforma delle isole minori, presentata come uno strumento per risolvere i nodi problematici dell'insularità - la scuola, la sanità, i trasporti, la fiscalità di vantaggio e lo spopolamento. Qui, niente di tutto questo. Siamo passati dall'annuncio di una riforma organica sul tema a poche disposizioni sottofinanziate inserite in un altro provvedimento.

E quindi, colleghe e colleghi, il tema è semplice. L'Italia avrebbe bisogno di una vera strategia del mare, di una politica pubblica capace di tenere insieme sviluppo economico, tutela ambientale e qualità del lavoro. Una strategia, però, con obiettivi chiari, con passi conseguenti e con risorse adeguate. Questo provvedimento - l'ho detto - contiene anche qualche elemento utile, ma è molto, molto lontano dal fare questo salto di qualità. Ancora una volta preferite fare un gioco al ribasso, e quindi noi riteniamo non sufficiente il portato di questo decreto.

Il mare non è una materia fra le altre, è una delle grandi questioni nazionali. Richiede davvero anche un coordinamento tra Stato, regioni e autorità portuali. E voi praticate l'autonomia differenziata, nonostante vi venga bocciata dalla giurisprudenza, ma quando si tratta di mettere in campo un coordinamento reale fra i territori per farli contare nelle decisioni che davvero impattano su di loro, fischiettate e tirate avanti, ignorate il tema.

E quindi noi su questo terreno continueremo a confrontarci per le questioni che riteniamo decisive, per una visione che metta al centro il mare come bene comune e che tenga insieme tutela, lavoro e sviluppo. Ma per tutte queste ragioni, annuncio il nostro voto di astensione.